Una riflessione sul valore dei negozi storici e sul rapporto, spesso conflittuale, tra logiche di mercato e memoria collettiva. Partendo dalla storia di una storica bottega di Bergen, Lorenzo si interroga su ciò che una città rischia di perdere quando una saracinesca si abbassa e su quanto siamo davvero disposti a fare per conservare ciò che consideriamo parte della nostra identità.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale conosco ormai abbastanza episodi da poter immaginare una biografia, ma non abbastanza da poterla raccontare senza rischiare di inventarne metà. Ha vissuto in diversi Paesi, ha una particolare predilezione per le città che conservano ancora qualche traccia della propria memoria e sostiene, con una certa ostinazione, che per capire davvero un luogo non bisogna visitare i monumenti, ma mangiare dove mangiano le persone che ci abitano.
Durante un viaggio in Norvegia, qualche anno fa, mi raccontò di aver passato una giornata intera a discutere con un pescatore di Tromsø sul modo corretto di preparare il merluzzo. Non ho mai capito chi avesse ragione. Con Lorenzo, del resto, capita spesso che il dettaglio gastronomico sia soltanto il modo più elegante per arrivare a una questione molto meno digeribile.
Quella sera aveva davanti un calice di Bolgheri IGT 2020, scelto con la consueta attenzione di chi non vuole spendere una fortuna ma nemmeno bere qualcosa che abbia il sapore di una punizione.
Gli raccontai di Søstrene Hagelin.
A Bergen, durante il mio ultimo viaggio, ero entrato da quelle che in italiano chiameremmo le “Sorelle Hagelin”, uno dei locali storici della città. Aperto nel 1929, è diventato nel tempo una piccola istituzione gastronomica: pesce, ricette tradizionali, preparazioni semplici, prezzi accessibili e quella qualità che non ha bisogno di essere raccontata su un menù di quaranta pagine.
Ci mangiava anche il re Olaf V.
Ma la cosa interessante non è questa.
La cosa interessante è che nel 2009 il locale rischiò seriamente di chiudere.
E qui la storia avrebbe potuto finire come tante altre.
Un’attività non funziona più, cambiano le abitudini, aumentano i costi, diminuiscono i margini, il mercato decide e una saracinesca si abbassa.
Invece a Bergen accadde qualcosa di diverso.
Tre imprenditori locali acquisirono i diritti del marchio e contribuirono a preservare quell’attività, trasferendola nella sede attuale di Strandgaten 3. Non si limitarono, quindi, a salvare un esercizio commerciale: conservarono un pezzo di identità gastronomica della città.
Oggi Søstrene Hagelin è ancora lì.
E continua a servire il proprio comfort food norvegese, con quelle polpette di pesce che, mi hanno spiegato con orgoglio quasi patriottico, arrivano ad avere una percentuale di pesce dell’86%.
Lorenzo ha ascoltato tutto.
Poi ha appoggiato il bicchiere.
«E secondo te hanno fatto bene?»
La domanda mi ha sorpreso.
«Certo. È una storia bellissima.»
«Non ho chiesto se è bella.»
Aveva quel sorriso che conosco.
Quello che significa che sta per rendere complicata una cosa che sembrava semplicissima.
«Ti ho chiesto se hanno fatto bene.»
E improvvisamente la questione era diventata un’altra.
Perché, in effetti, cosa significa salvare un’attività commerciale che non riesce più a stare in piedi da sola?
È un gesto di civiltà?
È protezione della memoria collettiva?
Oppure è semplicemente una violazione delle regole del mercato?
Se un negozio storico chiude perché non riesce più a produrre abbastanza reddito, perché dovrebbe essere diverso da un negozio aperto l’altro ieri?
Il mercato non dovrebbe essere uguale per tutti?
Lorenzo ha infilato una mano nella tasca interna della giacca e ha tirato fuori il suo vecchio taccuino di cuoio.
Ormai non mi sorprende più.
Lo apre con una lentezza quasi rituale, sfoglia alcune pagine e poi si ferma.
«Una volta ho scritto una cosa che forse vale anche per questo.»
Ha letto sottovoce.
«Il mercato stabilisce il prezzo delle cose. Non sempre stabilisce il loro valore.»
Ha richiuso il taccuino.
«Il problema è che noi confondiamo continuamente le due cose.»
Ed è difficile non seguirlo.
Perché una bottega storica può avere un valore economico relativamente modesto e contemporaneamente un valore sociale enorme.
Una libreria può vendere meno libri di una piattaforma online, ma essere il luogo nel quale tre generazioni di abitanti hanno comprato il primo romanzo.
Un bar può avere margini ridicoli, ma essere il punto in cui una comunità si incontra ogni mattina.
Un negozio di alimentari può non competere con la grande distribuzione sul prezzo, ma conservare una ricetta, un metodo, una relazione con i clienti che nessun supermercato può replicare.
Quando chiudono, non perdiamo soltanto un’impresa.
Perdiamo un pezzo di paesaggio umano.
Eppure c’è un problema.
Perché se cominciamo a salvare tutto ciò che consideriamo bello, storico o identitario, chi decide cosa merita di essere salvato?
E soprattutto, chi paga?
Perché è facile dire che una città dovrebbe proteggere i propri negozi storici.
Molto meno facile è spiegare chi dovrebbe sostenere economicamente questa protezione.
Il contribuente?
Il Comune?
I cittadini attraverso una sorta di partecipazione collettiva?
Gli imprenditori stessi?
Oppure nessuno, perché il mercato deve semplicemente fare il suo lavoro?
Lorenzo ha preso un altro sorso di vino.
«Io non credo che il mercato sia cattivo.»
Poi ha sorriso.
«Ha però un difetto: non ha memoria.»
Una frase molto da Lorenzo.
Il mercato vede il fatturato dell’anno.
Il margine.
I costi.
La produttività.
Il numero dei clienti.
Non vede il bambino che vent’anni dopo torna in quella stessa bottega con suo figlio.
Non vede il quartiere che riconosce un’insegna.
Non misura la nostalgia.
Non contabilizza la familiarità.
Non mette a bilancio la sensazione di appartenenza.
E forse non dovrebbe farlo.
Perché chiedere al mercato di misurare la memoria sarebbe come chiedere a un termometro di dirci se siamo felici.
Non è il suo mestiere.
La questione, allora, diventa politica e culturale prima ancora che economica.
Quanto siamo disposti a spendere per conservare ciò che ci rappresenta?
E qui arriva la parte meno romantica.
Perché siamo bravissimi a lamentarci quando chiude una bottega storica e molto meno bravi a frequentarla quando è ancora aperta.
Ci indigniamo davanti alla saracinesca abbassata e, magari, per dieci anni abbiamo comprato online perché costava sette euro in meno.
Vogliamo preservare il negozio sotto casa, purché il suo prodotto costi quanto quello venduto da una multinazionale.
Vogliamo la tradizione, ma possibilmente con la consegna gratuita.
Lorenzo ha sorriso.
«La memoria collettiva», ha detto, «ha un curioso difetto.»
«Quale?»
«Diventa molto importante quando è già morta.»
Questa volta ho riso.
Perché forse è proprio questo il punto.
Non possiamo pretendere che ogni attività storica venga salvata artificialmente, indipendentemente dalla sua capacità di sopravvivere. Un’impresa resta un’impresa e deve confrontarsi con costi, clienti, concorrenza e cambiamenti nelle abitudini.
Ma non possiamo neppure raccontarci che tutte le attività abbiano esattamente lo stesso significato.
Una città non è soltanto la somma delle attività economicamente efficienti che riescono a sopravvivere.
È anche la somma delle storie che decide di non perdere.
Forse Bergen ha semplicemente capito una cosa che noi italiani, nonostante la nostra proverbiale capacità di parlare di patrimonio culturale, qualche volta dimentichiamo.
Che un pezzo di patrimonio non è necessariamente una statua del Rinascimento.
Può essere una polpetta di pesce.
Un’insegna.
Un tavolo consumato.
Una ricetta tramandata.
Una bottega nella quale qualcuno entra da settant’anni chiamando il proprietario per nome.
A Firenze abbiamo un patrimonio straordinario di luoghi che sono diventati parte della nostra identità. Alcuni sono ancora lì, altri hanno chiuso, altri ancora hanno cambiato pelle fino a diventare qualcosa di completamente diverso.
E forse dovremmo porci una domanda meno ideologica.
Non: «Il mercato deve salvarli?»
Ma: «Quanto valgono per noi?»
Perché se riteniamo che un’attività rappresenti davvero un pezzo della nostra identità collettiva, allora forse abbiamo anche una responsabilità.
Non necessariamente quella di finanziarla.
Ma almeno quella di sceglierla.
Di entrarci.
Di comprare.
Di accettare che qualche volta il prodotto possa costare un po’ di più.
Di capire che il prezzo di una cosa non coincide sempre con il suo valore.
Lorenzo ha infilato il taccuino nella giacca.
Poi ha finito il vino.
«Sai qual è la differenza tra un negozio e una bottega storica?»
Ho aspettato.
«Che il primo vende qualcosa.»
Una pausa.
«La seconda, qualche volta, vende anche il motivo per cui quella cosa appartiene a quella città.»
Poi si è alzato.
E mentre uscivamo mi sono ritrovato a pensare alle Sorelle Hagelin, a Bergen e a quella piccola comunità che, nel 2009, aveva deciso che una saracinesca non sarebbe stata soltanto una saracinesca.
Forse non possiamo salvare tutto.
Forse non dobbiamo farlo.
Ma sarebbe interessante, almeno una volta, decidere cosa non vogliamo perdere prima che sia troppo tardi.
Perché il mercato sa dirci benissimo quanto vale una cosa.
La domanda è se noi sappiamo ancora riconoscere quanto vale una storia.
Per commenti e domande www.nexusx.it
Parla con i nostri esperti e scopri come possiamo aiutarti a ottimizzare la tua attività, investire con successo e affrontare le nuove sfide. Prenota subito una consulenza gratuita e inizia a costruire il tuo futuro con Nexus.
RICHIEDI AUDIT GRATUITO