Un’analisi lucida sull’ossessione moderna per la longevità e il biohacking. Partendo dal caso Bryan Johnson, l'articolo indaga il confine tra cura di sé e l'illusione di poter controllare la biologia. Tra le riflessioni dell'enigmatico Lorenzo, emerge un dubbio fondamentale: la ricerca dell'immortalità è prevenzione o solo la fuga dalla nostra naturale fragilità?
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico che si occupa — o almeno così sostiene — di cose diverse, quasi tutte difficili da spiegare e alcune probabilmente anche da fatturare. Ha trascorso una parte della sua vita in luoghi che non nomina mai e un’altra parte osservando persone convinte di avere finalmente trovato il modo di controllare ciò che, per definizione, sfugge al controllo.
Lorenzo ha sempre avuto un rapporto particolare con il tempo.
Anni fa, durante una conversazione che non c’entrava apparentemente nulla con la longevità, mi disse di aver passato qualche mese a studiare il sonno con una disciplina quasi monastica. Non ho mai capito se fosse una fase di ricerca personale, una scommessa o semplicemente un periodo in cui non aveva niente di meglio da fare. Quando gli chiesi che cosa avesse imparato, mi rispose:
“Che dormire otto ore è molto più facile quando non hai una vita interessante.”
Non so se fosse una battuta.
Con Lorenzo non è sempre semplice capirlo.
Il tema della serata era Bryan Johnson.
L’imprenditore americano è diventato una delle figure più riconoscibili del movimento della longevità e del biohacking, dopo aver trasformato il proprio corpo in una sorta di laboratorio permanente. Analisi, monitoraggi, protocolli, alimentazione rigidamente controllata, esercizio fisico, esami continui e una quantità di dati biologici che probabilmente supera quella che la maggior parte delle persone riesce a raccogliere in tutta la vita.
Johnson ha costruito una filosofia intorno a un’idea semplice e radicale: non morire.
Non esattamente domani, almeno.
Il suo progetto consiste nel tentare di rallentare l’invecchiamento, misurare il più possibile il funzionamento del proprio corpo e intervenire su ciò che può essere migliorato.
Una forma di manutenzione biologica permanente.
Come se il corpo fosse una vecchia automobile di lusso da portare continuamente dal meccanico, soltanto che il meccanico sei tu, il proprietario sei tu e il motore, purtroppo, ha ancora una certa autonomia decisionale.
Il problema è che, recentemente, Johnson ha annunciato di essere affetto da gastrite autoimmune, una condizione cronica nella quale il sistema immunitario attacca cellule dello stomaco. La diagnosi si inserisce in un quadro autoimmune che comprende anche un ipotiroidismo diagnosticato quando aveva 21 anni e problemi persistenti di carenza di ferro. La malattia non ha una cura definitiva e richiede monitoraggio e trattamento.
La notizia ha prodotto, come era facilmente prevedibile, due reazioni opposte.
Da una parte ci sono quelli che hanno detto: “Ecco la prova che tutta questa storia della longevità è una follia.”
Dall’altra quelli che hanno risposto: “Al contrario. Se non avesse monitorato ossessivamente il proprio corpo, forse non avrebbe scoperto la malattia.”
Lorenzo ha ascoltato entrambe le posizioni.
Poi ha detto:
“È curioso come le persone riescano a trasformare una malattia autoimmune in una gara tra tifoserie.”
Ed è difficile dargli torto.
Da una parte, l’approccio di Johnson contiene qualcosa di estremamente interessante.
Viviamo in un’epoca nella quale molte persone si accorgono di avere problemi di salute soltanto quando diventano impossibili da ignorare. L’idea di monitorare con maggiore attenzione il proprio corpo, di prevenire invece di aspettare, di conoscere i propri parametri e di non considerare la salute come una faccenda da affrontare soltanto quando qualcosa si rompe, è tutt’altro che folle.
Anzi.
Per molti aspetti, è probabilmente una delle direzioni più importanti della medicina del futuro.
Il problema nasce quando la prevenzione diventa una religione e il monitoraggio una forma di culto.
Perché a quel punto può succedere qualcosa di molto umano: iniziamo a credere che tutto ciò che può essere misurato possa anche essere controllato.
Ed è qui che la questione diventa interessante.
Perché possiamo misurare il sonno, la frequenza cardiaca, la composizione corporea, i livelli ormonali, la glicemia, il ferro, la pressione, la qualità dell’allenamento e probabilmente, con un dispositivo sufficientemente costoso, anche il grado di delusione provato quando il nostro corpo non rispetta i nostri programmi.
Ma misurare non significa necessariamente governare.
Il corpo non è un’azienda.
Non ha un consiglio di amministrazione.
Non riceve una mail trimestrale con gli obiettivi da raggiungere.
E, soprattutto, non sempre collabora.
Lorenzo ha preso il suo vecchio taccuino dalla tasca interna della giacca e lo ha aperto senza dire nulla.
Ormai quel taccuino è talmente consumato che ogni volta che lo vedo mi chiedo se contenga davvero degli appunti oppure semplicemente la memoria di tutti quelli che avrebbe dovuto prendere.
Ha sfogliato alcune pagine.
Poi mi ha detto:
“Qui avevo scritto una cosa qualche anno fa.”
Ha cercato una frase e l’ha letta.
“Il problema dell’uomo moderno è che vuole trasformare la vita in un progetto, poi si arrabbia quando la vita continua a comportarsi come una cosa viva.”
Ha richiuso il taccuino.
Non gli ho chiesto se fosse una frase sua.
Con Lorenzo è meglio non fare domande inutili.
Il caso di Bryan Johnson, però, pone una questione molto più ampia.
Quanto è ragionevole fare per vivere più a lungo?
La risposta, probabilmente, dipende da quanto la ricerca della longevità migliora la vita che stiamo cercando di prolungare.
Se mangiare meglio, dormire di più, fare attività fisica, controllare alcuni parametri e sottoporsi a controlli medici regolari ci permette di stare meglio, abbiamo davanti semplicemente una forma più consapevole di cura di noi stessi.
Se invece ogni pasto diventa un calcolo, ogni notte un report, ogni variazione fisiologica un’emergenza e ogni giorno un progetto di ottimizzazione, forse abbiamo cominciato a vivere per mantenere in vita il sistema che dovrebbe permetterci di vivere.
È una differenza sottile.
Ma non irrilevante.
C’è poi un altro elemento che rende la storia di Johnson ancora più interessante.
Il fatto che una persona possa spendere milioni per controllare il proprio corpo e, nonostante questo, scoprire di avere una malattia che si è sviluppata silenziosamente.
Per alcuni è una prova del fallimento del suo metodo.
Per altri, una dimostrazione della sua utilità.
Probabilmente la verità è meno spettacolare.
La medicina non è una lotta tra chi controlla tutto e chi non controlla niente. La salute è il risultato di genetica, ambiente, comportamenti, prevenzione, fortuna e sfortuna. Possiamo aumentare le probabilità. Possiamo ridurre alcuni rischi. Possiamo intervenire prima.
Ma non possiamo trasformare la biologia in un contratto assicurativo contro l’imprevisto.
E forse è proprio questo ciò che facciamo fatica ad accettare.
Non ci piace l’idea che, dopo aver fatto tutto correttamente, possa comunque succedere qualcosa.
Preferiamo credere che esista una formula.
Una dieta perfetta.
Un protocollo perfetto.
Un numero sufficiente di analisi.
Un algoritmo capace di dirci che, se abbiamo seguito tutte le istruzioni, la morte dovrà necessariamente rispettare il nostro calendario.
Lorenzo ha guardato il suo taccuino, ancora chiuso sul tavolo.
“Il punto”, ha detto, “non è decidere se Bryan Johnson sia un folle.”
“Il punto è capire se noi lo consideriamo folle perché fa troppo oppure perché ci ricorda che, in fondo, abbiamo tutti paura della stessa cosa.”
Forse è questa la parte più interessante della vicenda.
Perché possiamo ridere delle sue abitudini, dei suoi protocolli, delle sue analisi e della sua ossessione per l’età biologica.
Possiamo considerarlo un visionario oppure un uomo che ha trasformato la paura della morte in un piano aziendale.
Ma alla fine, sotto tutte le differenze, c’è qualcosa che ci accomuna.
Anche noi vorremmo vivere più a lungo.
Anche noi vorremmo ammalarci meno.
Anche noi vorremmo avere più tempo.
La differenza è che Bryan Johnson ha deciso di fare qualcosa di molto difficile da perdonare: ha reso pubblica la propria paura.
E quando qualcuno mostra apertamente la propria paura, gli altri spesso reagiscono ridendo.
Forse perché è più semplice chiamare folle chi cerca di sconfiggere la morte che ammettere che, almeno una volta, ci abbiamo pensato tutti.
Lorenzo ha infilato il taccuino nella tasca della giacca.
Poi ha aggiunto:
“Il problema non è voler vivere a lungo.”
Ha fatto una pausa.
“Il problema è arrivare a un certo punto e scoprire che hai passato tutta la vita a prepararti per vivere.”
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