Attraverso una cena con l'amico Lorenzo e le proiezioni al 2050 del rapporto Beyond Tomorrow, una riflessione profonda sul rapporto tra uomo, tecnologia e futuro. L'Intelligenza Artificiale e il progresso non sono stelle polari che indicano la direzione, ma solo acceleratori: la vera sfida del domani non sarà la potenza computazionale, ma la maturità di guidarla secondo valori antichi come libertà, dignità e fiducia.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale conosco ormai abbastanza episodi da aver costruito nella mia testa una biografia che probabilmente non gli appartiene affatto. Ha vissuto in diversi Paesi, ha una passione quasi inspiegabile per le mappe, le vecchie stazioni ferroviarie e le persone che fanno progetti a venticinque anni, cosa che considera una forma di ottimismo oppure di follia, a seconda di come ha dormito la notte precedente.
Una volta, durante un viaggio in Islanda, mi raccontò di aver passato quasi un’intera sera seduto davanti alla finestra di una piccola pensione, guardando il cielo.
«Cosa stai aspettando?», gli chiesi.
«Non lo so. Ma se guardi abbastanza a lungo, prima o poi qualcosa cambia.»
Non ho mai capito se stesse parlando dell’aurora boreale o della vita.
Quella sera, mentre ordinava un calice di Etna Bianco 2023, gli ho parlato di Beyond Tomorrow, il rapporto del BCG Henderson Institute che prova a immaginare come potrebbe essere il mondo nel 2050.
Lorenzo ha ascoltato.
Poi ha sorriso.
«Ventiquattro anni.»
«Ventiquattro?»
«Da oggi al 2050. È abbastanza lontano da sembrare fantascienza e abbastanza vicino perché qualcuno che oggi ha trent’anni possa arrivarci ancora con un mutuo sulle spalle.»
Aveva ragione.
Il 2050 sembra lontanissimo quando lo guardiamo dal calendario. Ma per una persona, per un’azienda, per una città o per uno Stato, venticinque anni sono un tempo sorprendentemente breve.
Il rapporto non prova a prevedere il futuro. E questo è forse il suo pregio più interessante. Costruisce quattro scenari differenti, plausibili ma profondamente diversi tra loro: un mondo di abbondanza alimentato dall’intelligenza artificiale, un mondo diviso in blocchi geopolitici, un mondo nel quale la crisi climatica obbliga a una grande coalizione e, infine, un mondo di Digital Darwinism, nel quale la tecnologia corre più velocemente delle istituzioni e la ricchezza si concentra nelle mani di chi possiede capitale e potenza computazionale.
Quattro futuri.
Tutti possibili.
Ed è proprio questo il punto.
Perché siamo abituati a chiedere agli esperti: «Come sarà il mondo nel 2050?»
La domanda più interessante sarebbe un’altra.
Quale mondo vogliamo che sia?
Lorenzo ha appoggiato il bicchiere.
«Il futuro», ha detto, «è una strana cosa. Ci passiamo la vita a cercare di prevederlo, quando dovremmo preoccuparci soprattutto di non arrivarci impreparati.»
Nel rapporto c’è uno scenario particolarmente affascinante: quello dell’AI Abundance. L’intelligenza artificiale, regolata e inserita dentro un sistema di collaborazione internazionale, accelera enormemente la produttività, l’innovazione scientifica e la robotica. L’orario di lavoro medio scende del 25%, la vita sana si allunga, la tecnologia permette di produrre più ricchezza e una parte consistente di quella ricchezza viene redistribuita attraverso sistemi di welfare più robusti.
Sembra quasi il paradiso.
Poi giri pagina e trovi Digital Darwinism.
L’AI ha prodotto una crescita economica straordinaria, ma la ricchezza si è concentrata sempre di più. Il primo 1% della popolazione possiede quasi metà della ricchezza mondiale, il lavoro diventa più precario, le persone vivono immerse nel sovraccarico digitale e la democrazia arretra. Nel 2050, secondo questo scenario, soltanto il 30% dei Paesi rimane una democrazia liberale o elettorale, contro il 49% del 2024.
La tecnologia è la stessa.
Il futuro è completamente diverso.
E allora Lorenzo ha tirato fuori il suo vecchio taccuino di cuoio.
Lo ha aperto, ha sfogliato qualche pagina e ha detto:
«Forse dovremmo smettere di considerare la tecnologia una stella polare.»
«Perché?»
«Perché una stella polare serve a capire dove andare. La tecnologia ti dice soltanto quanto velocemente puoi arrivarci.»
Questa, credo, sia la parte più importante del rapporto.
Perché nei prossimi venticinque anni potremmo assistere a progressi tecnologici che oggi facciamo fatica persino a immaginare. L’intelligenza artificiale potrebbe superare gli esseri umani in molte forme di conoscenza e ragionamento, mentre altre capacità — stabilire obiettivi, valutare le idee, esprimere empatia, autenticità e giudizio — potrebbero diventare ancora più preziose.
Potremmo lavorare meno.
Potremmo vivere più a lungo.
Potremmo curare malattie oggi incurabili.
Potremmo produrre energia in maniera molto più efficiente.
Potremmo persino avere robot capaci di fare lavori che oggi consideriamo esclusivamente umani.
Ma potremmo anche diventare più diseguali, più controllati, più dipendenti dagli algoritmi e meno liberi.
Potremmo avere un mondo tecnologicamente straordinario e umanamente mediocre.
È già successo.
La storia è piena di invenzioni meravigliose utilizzate per scopi miserabili.
La tecnologia non possiede una morale propria.
La morale la mettiamo noi.
Ed è qui che, secondo Lorenzo, dovremmo cominciare a parlare delle vere stelle polari.
La prima è la libertà.
Perché un’intelligenza artificiale potentissima nelle mani di governi autoritari o di poche grandi aziende può produrre efficienza, ma non necessariamente libertà.
La seconda è la dignità.
Se nel 2050 una macchina sarà in grado di fare meglio di noi una parte enorme del lavoro, il problema non sarà soltanto trovare nuovi posti di lavoro. Dovremo capire quanto del nostro senso di identità abbiamo costruito proprio intorno al lavoro.
Il rapporto stesso immagina un futuro nel quale il lavoro occupa meno spazio nella vita e le persone sono costrette a cercare nuovi significati al di fuori dell’occupazione.
La terza è la distribuzione della prosperità.
Perché non serve vivere nel mondo più ricco della storia se la ricchezza appartiene a pochissime persone.
La quarta è la fiducia.
Sembra una parola quasi ingenua, soprattutto in un’epoca nella quale siamo abituati a parlare di blockchain, cybersecurity, autenticazione biometrica e intelligenza artificiale.
Eppure, quanto più le macchine diventano capaci di decidere, tanto più avremo bisogno di sapere se possiamo fidarci di chi le controlla.
La quinta, forse la più difficile, è la capacità di pensare nel lungo periodo.
Il rapporto suggerisce cinque mosse a basso rimpianto per prepararsi al futuro: aumentare la resilienza dei sistemi, ripensare il talento in un mondo che invecchia e automatizza, investire nella fiducia e nell’adattabilità, prepararsi agli effetti del cambiamento climatico e reinventare il lavoro nell’epoca della produttività esponenziale.
Ma Lorenzo sostiene che ce ne sia una sesta.
«Imparare a desiderare.»
Ho pensato che avesse finalmente perso il filo.
«Desiderare cosa?»
«Un futuro che non sia semplicemente più efficiente di quello precedente.»
E forse aveva ragione.
Perché abbiamo una strana ossessione per il progresso misurato in numeri.
Più PIL.
Più velocità.
Più produttività.
Più anni di vita.
Più dati.
Più capacità computazionale.
Ma raramente chiediamo più cosa.
Più felicità?
Più libertà?
Più tempo?
Più giustizia?
Più bellezza?
Più possibilità per i nostri figli?
Il problema del 2050 potrebbe quindi non essere quello di avere tecnologie abbastanza potenti.
Potrebbe essere quello di avere esseri umani abbastanza maturi da decidere cosa farne.
Lorenzo ha richiuso il taccuino.
«Il vero rischio», ha detto, «è arrivare nel 2050 e scoprire di aver costruito perfettamente un mondo che nessuno aveva davvero chiesto.»
Poi ha bevuto un sorso di vino.
E io ho pensato che forse le vere stelle polari non dovrebbero essere tecnologie, aziende, nazioni o ideologie.
Dovrebbero essere poche cose molto più antiche.
Libertà. Dignità. Conoscenza. Fiducia. Responsabilità.
Non sono particolarmente innovative.
Non hanno bisogno di un aggiornamento software.
Non aumentano il PIL.
Non possono essere brevettate.
E proprio per questo, forse, sono le uniche cose che potremmo portare con noi fino al 2050 senza rischiare di scoprire, arrivati a destinazione, che nel frattempo sono diventate obsolete.
Lorenzo si è alzato.
«E comunque», ha detto mentre infilava il taccuino nella giacca, «nel 2050 avremo sicuramente trovato il modo di vivere fino a centovent’anni.»
«Ottimista?»
«No.»
Ha sorriso.
«È che a quell’età avrò finalmente capito se avevo torto.»
E questa volta non ho avuto il coraggio di chiedergli su cosa.
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