Una riflessione ironica e sottile sul rapporto sempre più ambiguo tra tecnologia, privacy e libertà personale. Partendo da una semplice telefonata commerciale, Lorenzo ci porta a chiederci quanto della nostra attenzione e della nostra riservatezza siamo disposti a cedere in cambio della comodità, spesso senza renderci davvero conto di ciò che stiamo accettando.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale conosco abbastanza cose da poter dire di conoscerlo, ma non abbastanza da poter raccontare con certezza chi sia davvero. So che ha lavorato in diversi Paesi, che per qualche tempo si è occupato di comunicazione e che ha una curiosa passione per tutto ciò che riguarda il comportamento umano. Una volta mi disse di aver studiato per anni il modo in cui le persone prendono decisioni, salvo poi aggiungere che «la parte più interessante è scoprire quante di quelle decisioni non siano affatto loro».
Quella sera, mentre ordinava un calice di Bolgheri 2018, il suo modo preferito di bere Merlot senza trasformare la cena in una degustazione, il suo telefono squillò.
Lorenzo guardò il display.
Numero sconosciuto.
Non rispose.
Dopo qualche secondo arrivò un secondo squillo.
Poi un terzo.
«Potrebbe essere importante», gli dissi.
«Certo.»
«E allora perché non rispondi?»
Mi guardò.
«Perché se fosse davvero importante, probabilmente saprebbero già come trovarmi.»
Non era una risposta particolarmente scientifica, ma aveva il pregio di essere coerente con quello che accadde cinque minuti dopo, quando il mio telefono iniziò a squillare.
Numero sconosciuto.
Risposi.
«Buonasera, la chiamo perché abbiamo una proposta molto interessante per lei.»
Naturalmente.
Una proposta interessante per me, della quale io non sapevo assolutamente nulla.
Avrei potuto acquistare un nuovo contratto telefonico, cambiare gestore dell’energia, installare un depuratore d’acqua, valutare un investimento immobiliare, affidarmi a un consulente di marketing o, con ogni probabilità, acquistare una nuova dentiera. Non ricordo esattamente quale fosse l’offerta, perché dopo pochi secondi avevo già cominciato a chiedermi una cosa molto più interessante.
Come hanno avuto il mio numero?
Lorenzo mi guardò e sorrise.
«Ecco. Questa è la domanda giusta.»
Perché il vero fenomeno culturale non è la telefonata commerciale.
È il fatto che ormai la consideriamo quasi normale.
Abbiamo accettato che un perfetto sconosciuto possa entrare nella nostra giornata, interrompere quello che stiamo facendo, chiamarci per nome e proporci qualcosa che non abbiamo mai chiesto.
E spesso lo fa conoscendo già qualcosa di noi.
«Buongiorno, signor…»
Come fa a sapere il mio nome?
«La contatto perché nella sua zona…»
Come fa a sapere dove vivo?
«Abbiamo una proposta pensata per le sue esigenze…»
Quali esigenze?
È qui che Lorenzo ha preso il suo vecchio taccuino di cuoio dalla tasca interna della giacca.
Lo ha aperto lentamente, come fa sempre quando una conversazione smette di essere una conversazione e comincia a diventare, ai suoi occhi, un piccolo problema antropologico.
Ha sfogliato qualche pagina.
«Sai qual è la cosa curiosa?»
Non ho risposto.
«Noi siamo diventati molto sensibili alla libertà di espressione, alla libertà di opinione, alla libertà di scegliere. Ma abbiamo dimenticato una libertà molto più semplice.»
Ha alzato gli occhi dal taccuino.
«La libertà di non essere disturbati.»
Mi è sembrata una definizione perfetta del nostro tempo.
Perché abbiamo costruito una società nella quale possiamo comunicare con chiunque, in qualsiasi momento, da qualunque parte del mondo. Possiamo trovare una persona dall’altra parte del pianeta in pochi secondi, scriverle, telefonarle, mandarle una fotografia.
Il problema è che abbiamo contemporaneamente costruito un mondo nel quale chiunque può trovare noi.
E non sempre perché lo abbiamo scelto.
Anzi.
Molto spesso perché, qualche settimana prima, abbiamo cliccato su un pulsante blu con scritto “Accetta”.
Accetta i cookie.
Accetta la privacy.
Accetta le condizioni.
Accetta le preferenze.
Accetta tutto.
Il verbo è rassicurante.
Sembra quasi una scelta.
Il problema è che spesso non sappiamo davvero cosa stiamo accettando.
E soprattutto non sappiamo quante volte quella scelta iniziale continuerà a seguirci.
Navighiamo su un sito per cercare un paio di scarpe e per qualche giorno Internet sembra improvvisamente convinto che la nostra principale aspirazione nella vita sia possedere quelle scarpe.
Cerchiamo un hotel e cominciano ad apparire alberghi.
Leggiamo un articolo sull’investimento immobiliare e improvvisamente diventiamo, agli occhi della rete, aspiranti milionari del mattone.
Cerchiamo informazioni su un problema e, qualche ora dopo, qualcuno vuole venderci una soluzione.
La nostra attenzione è diventata una merce.
Il nostro tempo è diventato una merce.
I nostri comportamenti sono diventati dati.
E i dati, a quanto pare, hanno imparato a telefonare.
Lorenzo ha chiuso il taccuino.
«Il paradosso è che siamo terrorizzati dall’idea che qualcuno possa entrare in casa nostra senza permesso, ma accettiamo con sorprendente serenità che decine di aziende entrino ogni giorno nelle nostre abitudini.»
In effetti è difficile non pensarci.
Se qualcuno bussasse alla porta di casa alle otto di sera per proporci un nuovo contratto energetico, probabilmente gli diremmo di andarsene.
Se ci chiamano al telefono mentre stiamo cenando, spesso ci limitiamo a rispondere.
Se un venditore entrasse nel nostro salotto senza essere invitato, lo considereremmo un’invasione.
Ma se arriva attraverso uno smartphone, improvvisamente diventa marketing.
Forse è questo il piccolo capolavoro culturale della nostra epoca: abbiamo trasformato l’invasione in servizio.
Naturalmente Lorenzo non è contrario alla vendita.
Anzi, sostiene che vendere sia una delle attività più nobili dell’economia quando si fonda su una cosa molto semplice: offrire qualcosa a qualcuno che potrebbe volerlo.
Il problema nasce quando il principio diventa l’opposto.
«Non è più: cosa posso venderti?»
Mi ha detto.
«È: come faccio a trovarti anche se non vuoi essere trovato?»
Ed è una differenza enorme.
Perché a quel punto non stiamo più parlando soltanto di commercio.
Stiamo parlando di cultura.
Di quale idea abbiamo della persona.
Se considero il tuo tempo una cosa che ti appartiene, prima di chiamarti ti chiedo se vuoi ascoltarmi.
Se considero il tuo numero semplicemente un’occasione commerciale, il tuo consenso diventa un dettaglio amministrativo.
E forse è proprio qui che si trova la contraddizione.
Abbiamo sviluppato strumenti tecnologici straordinari per rendere la comunicazione più semplice, ma li utilizziamo spesso per comunicare senza che l’altra persona abbia scelto di comunicare con noi.
Abbiamo più possibilità di essere liberi e contemporaneamente più possibilità di essere raggiunti.
Più privacy dichiarata.
Meno privacy percepita.
Più strumenti per scegliere.
Più profilazione per prevedere cosa sceglieremo.
Lorenzo ha preso il bicchiere e ha bevuto un sorso di vino.
Poi ha detto:
«La privacy non è soltanto il diritto a nascondere qualcosa.»
Ha fatto una pausa.
«È anche il diritto a decidere chi può entrare nella tua vita e quando.»
Questa volta non ha aperto il taccuino.
Forse non ne aveva bisogno.
Mi sono ricordato della telefonata di poco prima e ho guardato il mio telefono.
Il numero sconosciuto era ancora nella cronologia.
Lorenzo ha sorriso.
«Richiamalo.»
«Perché?»
«Per ringraziarlo.»
«Di cosa?»
«Di averti ricordato che la tua attenzione vale qualcosa.»
Naturalmente non l’ho richiamato.
Ma quella sera ho cominciato a guardare in maniera diversa ogni volta che clicco su “Accetta”.
Perché forse la vera domanda non è più quanto della nostra privacy siamo disposti a cedere.
La domanda è molto più semplice e, proprio per questo, più inquietante:
quanto della nostra libertà siamo disposti a scambiare per la comodità di non dover leggere quello che stiamo accettando?
Lorenzo, naturalmente, sostiene di non avere una risposta.
Ma ho imparato a diffidare delle sue risposte quando dice di non averne una.
Di solito significa che ne ha già trovata una che non ci piacerà.
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