E in quella crepa, improvvisamente, riappare l’uomo
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico che da anni osserva lo sport con quel misto di cinismo e tenerezza che si riserva alle cose davvero serie.
Lorenzo sostiene che il problema del nostro tempo sia uno solo: abbiamo smesso di capire la differenza tra un eroe e un avatar.
Gli ho chiesto cosa intendesse.
Ha indicato lo schermo del telefono, dove scorrevano immagini di Jannik Sinner, commenti, analisi, sentenze immediate. C’era chi parlava del suo corpo, chi della sua tenuta mentale, chi già costruiva diagnosi definitive dopo l’ultimo passaggio al Roland Garros, come se bastasse una partita per riscrivere il significato di un campione.
Lorenzo ha sorriso.
«Noi moderni abbiamo un’idea molto infantile dell’eroe. Lo vogliamo perfetto. E soprattutto lo vogliamo invulnerabile.»
In effetti è così.
Abbiamo trasformato i campioni in dispositivi tecnologici: devono funzionare sempre, non incepparsi mai, non mostrare esitazioni, non accusare stanchezza, non conoscere crepe. Quando accade, quando un muscolo cede, quando il respiro si fa corto, quando la mente vacilla per un istante, non vediamo l’umanità. Vediamo un difetto di fabbrica.
Ed è qui che, secondo Lorenzo, sbagliamo tutto.
Per i greci l’eroe non era Superman. Era molto più interessante.
Pensa ad Achille: il più forte tra i guerrieri, eppure vulnerabile. Pensa ad Ulisse: celebrato non per la perfezione, ma per la sua capacità di perdersi, sbagliare, cadere e continuare.
L’eroe greco era tragico proprio perché fragile.
La sua grandezza non consisteva nell’assenza di limite, ma nella consapevolezza del limite.
Noi invece pretendiamo atleti levigati come algoritmi. Li idolatriamo finché vincono e ci sorprendiamo quasi con fastidio quando ricordano di essere uomini.
Sinner, in questi ultimi due anni, ha mostrato qualcosa che forse vale più di una serie infinita di vittorie nette. Nei momenti di difficoltà, negli episodi che ne hanno incrinato l’apparente perfezione, fino all’ultimo passaggio parigino, si è visto affiorare ciò che rende un campione davvero memorabile: la sua vulnerabilità.
Perché è lì che nasce l’epica.
Non nella superiorità sterile di chi domina senza attrito, ma nello sforzo visibile di chi attraversa la propria fragilità.
Lorenzo, mentre finiva il vino, ha detto una frase che mi è rimasta impressa.
«La perfezione affascina.
Ma è la crepa che ci fa restare.»
E forse aveva ragione.
Un campione invincibile ci impressiona.
Un campione fragile, che lotta contro i propri limiti davanti agli occhi di tutti, ci riguarda.
Il primo lo ammiriamo.
Il secondo, in qualche modo, lo comprendiamo.
Ed è proprio in quell’istante che smette di essere soltanto un vincente e torna a essere ciò che gli antichi avrebbero riconosciuto subito: un eroe.
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