Una riflessione sul modo in cui la tecnologia sta cambiando il nostro rapporto con l’attenzione, partendo da una domanda apparentemente semplice: fare più cose contemporaneamente ci rende davvero più efficienti o ci sta rendendo incapaci di fermarci su ciò che conta? Attraverso Baricco e le osservazioni di Lorenzo, il tema diventa una riflessione più ampia sull’evoluzione del nostro modo di pensare, conoscere e guardare il mondo.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale continuo a sapere molte cose senza riuscire a ricostruirne davvero una biografia. So che ha lavorato all’estero, che per qualche ragione ha trascorso parecchio tempo a osservare come le persone utilizzano la tecnologia e che, a un certo punto della sua vita, ha avuto una specie di ossessione per il modo in cui gli esseri umani imparano cose nuove. Non ho mai capito se fosse un interesse professionale o una delle sue solite deviazioni personali.
Anni fa, durante un viaggio in California, mi raccontò di essere entrato in un cinema e di aver visto un ragazzo guardare il film con un occhio e il telefono con l’altro.
«All’inizio pensavo fosse maleducazione», mi disse.
Poi aveva aggiunto:
«Dopo un po’ ho pensato che forse ero io a non aver capito come funzionava il mondo.»
Quella sera, mentre ordinava un calice di Planeta Cerasuolo di Vittoria 2022, Lorenzo mi ha parlato di The Game di Alessandro Baricco.
Il libro racconta la rivoluzione digitale come qualcosa di molto più grande della semplice nascita di Internet, dei social network o degli smartphone. È una trasformazione culturale profonda, quasi una risposta della società occidentale alle macerie del Novecento, alla crisi delle vecchie élite, alla verticalità del potere e alla costruzione di un mondo nel quale l’accesso alle informazioni diventa progressivamente più orizzontale, immediato e disponibile.
Una rivoluzione che non ha soltanto cambiato gli strumenti con cui facciamo le cose.
Ha cambiato il modo in cui pensiamo di doverle fare.
E qui comincia la parte interessante.
Perché quando osserviamo un ragazzo che guarda una serie televisiva mentre risponde a WhatsApp, controlla Instagram, ascolta una canzone e magari cerca su Google chi sia l’attore che sta recitando davanti a lui, la nostra prima reazione è quasi sempre la stessa: sta perdendo la capacità di concentrarsi.
Forse.
Oppure sta semplicemente sviluppando una modalità diversa di attenzione.
Lorenzo ha sollevato il bicchiere, lo ha osservato per qualche secondo e poi mi ha detto:
«Il problema è che ogni generazione pensa che il modo in cui ha imparato a guardare il mondo sia il modo corretto di guardarlo.»
È difficile dargli torto.
Per noi, attenzione significava concentrazione.
Una cosa alla volta.
Leggere un libro senza interruzioni. Guardare un film dall’inizio alla fine. Ascoltare una persona senza controllare il telefono. Studiare per due ore senza aprire una finestra sul computer che non avesse nulla a che fare con quello che stavamo facendo.
Era quasi una forma di disciplina.
Ma forse anche una necessità.
Perché non avevamo alternative.
Oggi il mondo digitale ha moltiplicato le finestre attraverso le quali possiamo osservare la realtà e ha trasformato la nostra attenzione in una risorsa continuamente contesa.
Il problema è che non sappiamo ancora se questo ci stia rendendo più intelligenti oppure semplicemente più bravi a passare rapidamente da una cosa all’altra.
Lorenzo sostiene che la questione non possa essere risolta con il solito contrasto tra apocalittici e ottimisti.
Da una parte quelli che sostengono che Internet abbia distrutto la capacità di concentrazione, che i giovani non sappiano più leggere, approfondire e costruire pensieri complessi.
Dall’altra quelli che celebrano ogni nuova abitudine digitale come la nascita di una nuova specie umana, finalmente liberata dai limiti cognitivi del passato.
«Entrambe le posizioni», ha detto Lorenzo, «hanno un piccolo difetto.»
«Pensano che l’uomo sia già arrivato alla sua forma definitiva.»
Ed è forse questo il punto che più mi interessa.
Noi giudichiamo il multitasking utilizzando come parametro il nostro modo di funzionare.
Ma se il cervello umano è capace di adattarsi, perché dovremmo escludere che le nuove generazioni sviluppino forme di attenzione differenti dalle nostre?
Il problema, semmai, è capire che cosa stiamo guadagnando e che cosa stiamo perdendo.
Perché guardare un film mentre scrolliamo il telefono può significare avere sviluppato una straordinaria capacità di gestire stimoli diversi.
Ma può anche significare che non siamo più capaci di concedere a una storia abbastanza tempo per sorprenderci.
Possiamo leggere contemporaneamente dieci fonti diverse.
Ma questo non significa necessariamente comprenderne una.
Possiamo avere accesso a migliaia di informazioni in pochi secondi.
Ma l’informazione non è conoscenza, così come avere una biblioteca in casa non significa aver letto i libri che contiene.
Lorenzo, a quel punto, ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca il suo solito taccuino di cuoio.
Ormai è diventato quasi un personaggio insieme a lui.
Lo ha aperto, ha sfogliato alcune pagine e poi mi ha detto:
«Una volta ho scritto una cosa che mi sembrava intelligente. Rileggendola oggi, non sono più tanto sicuro.»
Era un buon segno.
Con Lorenzo non succede spesso.
Ha cercato una pagina.
«La tecnologia non cambia soltanto ciò che facciamo. Cambia ciò che consideriamo normale fare.»
Poi ha richiuso il taccuino.
È una frase che spiega forse meglio di molte analisi il passaggio dalla vecchia cultura alla nuova.
Perché il vero cambiamento non è che oggi possiamo guardare un film mentre rispondiamo a un messaggio.
È che non ci sembra più strano farlo.
Così come non ci sembra strano interrompere una conversazione per guardare una notifica, fotografare un tramonto prima di averlo guardato, cercare immediatamente una risposta invece di restare qualche minuto con una domanda.
La tecnologia ha progressivamente eliminato una cosa che un tempo era inevitabile: l’attesa.
E l’attesa, piaccia o no, aveva una funzione.
Costringeva a pensare.
Forse è proprio qui che si trova il vero rischio della rivoluzione digitale.
Non nel fatto che diventiamo multitasking.
Ma nel fatto che diventiamo incapaci di sopportare la profondità che richiede tempo.
Un pensiero complesso non si lascia comprimere sempre in trenta secondi.
Una persona non si comprende attraverso un profilo Instagram.
Un libro non diventa inutile perché esiste il suo riassunto.
E una vita non può essere vissuta passando continuamente da una finestra all’altra.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che la soluzione sia tornare indietro.
Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di vivere come vivevamo noi, così come non possiamo chiedere al mondo digitale di smettere di essere digitale.
Forse dobbiamo imparare una cosa più difficile: utilizzare la nuova velocità senza perdere la capacità di fermarci.
Essere capaci di passare rapidamente da un’informazione all’altra, ma anche di restare su una sola quando quella merita davvero attenzione.
Avere cento finestre aperte e sapere, ogni tanto, quale chiudere.
Lorenzo ha finito il suo vino e ha guardato il telefono appoggiato sul tavolo.
Era lì da tutta la sera.
Non lo aveva praticamente toccato.
«Vedi?» mi ha detto.
«Il problema non è avere uno schermo in più.»
Ha preso il telefono, lo ha acceso e ha controllato una notifica.
«È dimenticare che esiste anche quello che non è sullo schermo.»
Poi lo ha rimesso sul tavolo.
Forse Baricco ha ragione quando racconta la rivoluzione digitale come la nascita di un mondo nuovo.
E forse hanno ragione anche quelli che temono che questo mondo possa renderci più superficiali.
Ma forse stiamo ponendo la domanda sbagliata.
Non dobbiamo chiederci se i nostri figli siano diventati peggiori perché guardano un film mentre usano il telefono.
Dobbiamo chiederci se noi saremo abbastanza intelligenti da insegnare loro quando è utile fare due cose contemporaneamente e quando, invece, una sola cosa merita tutta la nostra attenzione.
Perché la vera evoluzione tecnologica non consiste nel riuscire a fare sempre più cose nello stesso momento.
Consiste nel sapere quale delle tante cose vale davvero la pena fare.
E Lorenzo, naturalmente, sostiene di averlo sempre saputo.
Io sospetto che abbia semplicemente imparato a dirlo bene.
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