Tra un calice di vino e gli appunti sul taccuino di cuoio di Lorenzo, una riflessione lucida su come la formazione professionale obbligatoria si sia trasformata in una burocratica "raccolta punti". Tra crediti da accumulare e corsi progettati per adempiere anziché per insegnare, il rischio è confondere la conformità con la competenza: perché la vera formazione non serve a collezionare attestati, ma a cambiare il modo in cui lavoriamo il giorno dopo.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale, nonostante gli anni, continuo a conoscere soltanto frammenti. So che ha frequentato più corsi di quanti ne abbia mai frequentati io, ma sostiene di aver imparato molto di più da quelli ai quali non avrebbe dovuto partecipare. Ha una particolare insofferenza per tutto ciò che trasforma un’attività intelligente in una procedura burocratica e, a suo dire, questa insofferenza gli è costata nel tempo almeno tre amicizie e una cena aziendale.
Quella sera, mentre ordinava un Verdicchio dei Castelli di Jesi, gli ho parlato della formazione professionale obbligatoria.
Lorenzo ha sorriso.
Non un sorriso divertito.
Quello che fa quando sente pronunciare una parola che, secondo lui, abbiamo usato così tante volte da averne ormai dimenticato il significato.
«Formazione», ha detto.
«Sì.»
«E che cosa significa?»
La domanda sembrava banale.
Non lo era.
Perché, a pensarci bene, la formazione professionale dovrebbe avere uno scopo piuttosto semplice: permettere a una persona di svolgere meglio il proprio lavoro, aggiornare le proprie competenze, conoscere strumenti e normative nuove, confrontarsi con l’evoluzione della propria professione e, possibilmente, tornare al lavoro il giorno dopo sapendo fare qualcosa che il giorno prima non sapeva fare.
Un’idea quasi rivoluzionaria.
Eppure, in molte professioni, il sistema sembra essersi progressivamente spostato verso qualcosa di diverso: i crediti formativi.
Non più soltanto imparare.
Accumularli.
Non importa sempre cosa.
L’importante è arrivare alla quota.
E così abbiamo creato una curiosa forma di contabilità dell’apprendimento: tante ore equivalgono a tanti crediti, tanti crediti equivalgono a formazione assolta e formazione assolta equivale, almeno formalmente, a un professionista aggiornato.
Lorenzo ha appoggiato il bicchiere.
«È una cosa straordinaria.»
«Cosa?»
«Siamo riusciti a trasformare la conoscenza in una raccolta punti.»
Non aveva tutti i torti.
La formazione obbligatoria nasce da un’intuizione comprensibile e persino condivisibile: una professione non può rimanere ferma mentre cambiano leggi, tecnologie, strumenti, mercati e competenze.
Il problema nasce quando l’obbligo diventa più importante dello scopo.
A quel punto il professionista non si domanda più: “Che cosa devo imparare?”
Comincia a chiedersi: “Quanti crediti mi mancano?”
Ed è una differenza enorme.
Perché la prima domanda riguarda la crescita.
La seconda riguarda l’adempimento.
Lorenzo, a quel punto, ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca il suo vecchio taccuino di cuoio.
Lo ha aperto e ha cominciato a sfogliarlo.
«Sai qual è il paradosso?»
«Quale?»
«Se una persona segue trenta ore di corsi assolutamente inutili, dal punto di vista formale ha fatto formazione. Se invece passa trenta ore a studiare qualcosa che le cambia davvero il modo di lavorare, ma che non produce crediti, forse non ha fatto abbastanza formazione.»
Ha richiuso il taccuino.
«È un sistema nel quale possiamo essere perfettamente aggiornati senza avere imparato nulla.»
Il problema, naturalmente, non è l’esistenza dei crediti.
Un sistema di certificazione può avere una funzione importante. Può garantire che il professionista dedichi tempo all’aggiornamento, può stabilire standard minimi, può impedire che una persona rimanga per decenni completamente estranea all’evoluzione della propria professione.
Ma il minimo non dovrebbe diventare l’obiettivo.
Ed è qui che, secondo Lorenzo, il meccanismo comincia a produrre un effetto perverso.
Quando qualcosa diventa obbligatorio e misurabile, il mercato tende inevitabilmente a organizzarsi intorno alla misura.
Se devo ottenere venti crediti, nasceranno corsi da venti crediti.
Se devo dimostrare di aver partecipato, sarà importante registrare la partecipazione.
Se devo rispettare una scadenza, cercherò qualcosa da fare prima della scadenza.
E improvvisamente la formazione può diventare una sorta di incombenza annuale da sbrigare.
Come il tagliando della macchina.
Solo che nessuno pretende che dopo il tagliando la macchina abbia imparato a guidare meglio.
Lorenzo sostiene che il fenomeno abbia prodotto anche un’altra conseguenza, forse ancora più interessante: ha cambiato il comportamento di chi offre formazione.
Quando il cliente compra apprendimento, il formatore deve preoccuparsi della qualità.
Quando il cliente compra crediti, il prodotto tende a diventare il credito.
E allora si moltiplicano i corsi costruiti più per essere frequentati che per essere ricordati, le lezioni che sembrano progettate per non disturbare troppo il professionista, gli argomenti affrontati con quella prudenza che consente a tutti di uscire dalla sala senza aver cambiato idea su nulla.
Il professionista arriva, ascolta, firma, acquisisce il credito e torna al lavoro.
Possibilmente senza essersi accorto di essere stato formato.
«La cosa peggiore», ha detto Lorenzo, «non è fare un corso inutile.»
«E cos’è?»
«Fare un corso inutile e convincersi che, siccome hai ricevuto un attestato, adesso sei più competente.»
Questa frase mi è rimasta in testa.
Perché la formazione vera ha un effetto quasi opposto.
Non dovrebbe soltanto rassicurarci.
Dovrebbe inquietarci un po’.
Dovrebbe farci scoprire ciò che non sappiamo.
Dovrebbe mostrarci che esiste un modo migliore di fare qualcosa che facciamo da vent’anni.
Dovrebbe persino costringerci, qualche volta, ad ammettere che una parte delle nostre competenze è diventata obsoleta.
Un buon corso non dovrebbe lasciare soltanto un attestato nel cassetto.
Dovrebbe lasciare almeno una domanda nella testa.
Lorenzo ha preso il bicchiere e ha bevuto un sorso.
«Sai come capisci se un corso è stato davvero utile?»
«No.»
«Se il giorno dopo fai qualcosa diversamente.»
Semplice.
Quasi troppo.
Ma forse è proprio questa la misura che abbiamo dimenticato.
Non quante ore hai frequentato.
Non quanti crediti hai accumulato.
Non quanti attestati puoi mettere in una cartella.
Ma che cosa è cambiato nel tuo modo di lavorare.
E forse sarebbe interessante se anche il sistema della formazione professionale cominciasse, almeno in parte, a misurare questo.
Non soltanto la partecipazione, ma l’utilità.
Non soltanto la quantità, ma la qualità.
Non soltanto l’adempimento, ma l’impatto.
Perché un professionista che segue cento ore di formazione senza modificare una sola procedura del proprio studio potrebbe essere perfettamente in regola.
Ma non necessariamente più bravo.
Lorenzo ha infilato il taccuino nella giacca.
Poi mi ha guardato con quell’aria vagamente soddisfatta che assume quando pensa di aver trovato una formulazione abbastanza provocatoria.
«Forse dovremmo smettere di parlare di crediti formativi.»
«E chiamarli come?»
Ha sorriso.
«Crediti di sopravvivenza professionale.»
«Perché?»
«Perché l’unica formazione che conta davvero è quella che ti impedisce di diventare obsoleto.»
Ha finito il vino e si è alzato.
Io sono rimasto a pensare che forse il problema non è l’obbligo di formarsi.
Il problema è quando l’obbligo diventa un alibi per non chiedersi se ci stiamo davvero formando.
Perché possiamo avere tutti i crediti del mondo.
Possiamo essere perfettamente in regola.
Possiamo persino avere una bella collezione di attestati.
E continuare, tranquillamente, a fare il nostro lavoro come dieci anni fa.
In quel caso non siamo professionisti aggiornati.
Siamo soltanto professionisti con una contabilità impeccabile della propria ignoranza.
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