Lorenzo sviluppa la solita arguta riflessione sul declino del calcio italiano e sull'inaspettata rinascita del nostro panorama sportivo. Tra l'ennesima assenza ai Mondiali e l'esplosione di tennis, pallavolo e atletica, emerge la fine di un monopolio culturale: quando il pallone smette di occupare tutto lo spazio, gli altri sport trovano finalmente l'aria per farsi desiderare.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico del quale continuo a non sapere con precisione quale sia il lavoro, ma del quale ho ormai imparato a conoscere alcune ossessioni. Una di queste è lo sport, che osserva con la stessa curiosità con cui osserva quasi tutto il resto: non tanto per capire chi ha vinto, quanto per capire perché qualcuno ha vinto e qualcun altro no.
Dice di avere seguito una volta una gara di atletica in Kenya, seduto in una tribuna quasi vuota, e di aver capito in quell’occasione che lo sport può essere molto più grande del rumore che gli costruiamo intorno. Non so se sia vero. Con Lorenzo bisogna sempre lasciare una piccola percentuale di dubbio, soprattutto quando racconta episodi che sembrano scritti apposta per dimostrare una sua teoria.
Quella sera, mentre ordinava un Rosso di Montalcino 2021, «un vino che non ha bisogno di spiegarti continuamente quanto è importante», gli ho parlato dell’Italia del calcio.
Non andiamo ai Mondiali da dodici anni.
L’ultima volta fu Brasile 2014. Poi Russia 2018, Qatar 2022 e, infine, anche Stati Uniti-Canada-Messico 2026. La terza esclusione consecutiva è arrivata il 31 marzo scorso, quando l’Italia ha perso ai rigori contro la Bosnia a Zenica, dopo aver pareggiato 1-1. (FIFA)
Dodici anni.
Per un Paese che ha trasformato il calcio in una specie di religione civile, è un’eternità.
Lorenzo ha ascoltato e poi ha fatto una cosa che gli capita quando sta per dire qualcosa che probabilmente farà arrabbiare qualcuno.
Ha sorriso.
«Forse dovremmo ringraziarli.»
«Chi?»
«Quelli che non ci hanno portato ai Mondiali.»
Ho pensato che il vino fosse già arrivato alla testa.
Invece Lorenzo aveva una teoria.
«Forse il calcio italiano ha occupato così tanto spazio per così tanto tempo che, quando ha smesso di funzionare, gli altri sport hanno finalmente trovato un po’ d’aria.»
La provocazione, a pensarci, non è completamente assurda.
Per decenni il calcio italiano ha avuto una capacità di attrazione difficilmente paragonabile a quella di qualsiasi altra disciplina. Ha assorbito televisioni, giornali, sponsor, investimenti, attenzione pubblica e soprattutto sogni infantili. Per milioni di bambini, alla domanda «Che sport vuoi fare?» la risposta sembrava quasi già scritta: calcio.
E non perché gli altri sport fossero meno belli.
Semplicemente perché il calcio era ovunque.
Oggi qualcosa è cambiato.
Il tennis italiano è diventato una potenza mondiale, con Sinner protagonista assoluto e con un movimento che ha portato due Nazionali, maschile e femminile, ai vertici internazionali. La pallavolo ha vissuto un periodo straordinario, con le Nazionali maschile e femminile capaci di vincere Mondiali e, per le donne, anche l’oro olimpico a Parigi. L’atletica è tornata a produrre campioni di livello internazionale, così come il nuoto, il ciclismo, la scherma, il judo e molte altre discipline. Il CONI descrive il 2025 come un anno di vertice per lo sport italiano, con l’Italia stabilmente tra i Paesi più vincenti a livello internazionale. (CONI)
Ma la cosa interessante non è soltanto il numero delle medaglie.
È quello che sta succedendo a valle delle medaglie.
Secondo l’Istat, nel 2024 il calcio rimane il secondo sport più praticato dagli italiani, con il 20,3% degli sportivi, ma la sua quota è scesa progressivamente dal 25,7% del 2000 al 23% del 2015 e poi al livello attuale. Nel frattempo sono cresciuti atletica, fitness, sport di combattimento e, soprattutto nell’area degli sport con palla e racchetta, il movimento legato a tennis e padel. (Istat)
Il calcio continua dunque a essere gigantesco.
Ma non è più l’unico gigante nella stanza.
E forse questo è il vero cambiamento.
Lorenzo ha preso il bicchiere.
«Il problema», ha detto, «è che per capire se il calcio ha danneggiato gli altri sport dovremmo sapere quante persone avrebbero giocato a tennis se non avessero passato dieci anni a sognare di diventare calciatori.»
La domanda è impossibile da misurare.
Ma interessante.
Perché le risorse non sono soltanto economiche.
Ci sono le palestre, gli impianti, gli allenatori, i campi, gli sponsor, le ore televisive, le pagine dei giornali. Ma c’è soprattutto l’immaginario.
Un bambino non sceglie soltanto lo sport che gli piace.
Sceglie, almeno in parte, lo sport che riesce a immaginare.
Se per trent’anni vede continuamente calciatori diventare idoli, milionari, protagonisti delle pubblicità e delle conversazioni degli adulti, il calcio diventa molto più di una disciplina sportiva. Diventa un possibile destino.
Il tennis, invece, per lungo tempo è stato raccontato come uno sport da praticare, non necessariamente come un mondo nel quale poter entrare.
Poi sono arrivati i risultati.
E quando arrivano i risultati cambia tutto.
Un bambino che vede Sinner vincere Wimbledon non vede soltanto un campione.
Vede una possibilità.
«Potrei farlo anch’io.»
È probabilmente questa la più potente forma di promozione sportiva che esista.
Non un manifesto.
Non uno spot.
Un essere umano che ce la fa.
Lorenzo ha tirato fuori il suo vecchio taccuino di cuoio e lo ha aperto senza fretta.
«Sai qual è la cosa curiosa?»
«Sentiamo.»
«Per anni abbiamo pensato che il calcio fosse il problema degli altri sport perché prendeva tutto. Ora forse scopriamo che il problema era anche che gli altri sport non avevano ancora trovato il modo di farsi desiderare.»
Ha scritto qualcosa.
Poi ha richiuso il taccuino.
La questione economica, però, rimane.
Il calcio continua a godere di un peso enorme anche nel sistema sportivo. Un rapporto del CONI mostrava già nel 2020 una distanza molto significativa tra calcio e altre discipline per risorse e contributi: il calcio era allora lo sport con la maggiore quota di contributi pubblici, mentre tennis e nuoto, pur avendo una diffusione importante, ricevevano quote inferiori. (CONI)
Non significa che togliendo soldi al calcio automaticamente aumenterebbero le medaglie nel nuoto.
Sarebbe una conclusione troppo facile.
Ma significa che la domanda merita di essere posta.
Quanto costa a un Paese avere uno sport dominante?
E soprattutto: quanto costa non avere abbastanza spazio per gli altri?
Perché il talento italiano, almeno a giudicare dai risultati recenti, sembra tutt’altro che esaurito.
Nel 2023 calcio, tennis e padel, pallavolo, pallacanestro e atletica erano già le prime cinque federazioni per numero di atleti tesserati; la FIGC contava oltre 1,1 milioni di calciatori, ma il tennis e le altre discipline avevano numeri tutt’altro che marginali. (CONI)
Forse, quindi, non stiamo assistendo alla morte del calcio.
Stiamo assistendo a qualcosa di più interessante: alla fine del suo monopolio culturale.
E potrebbe essere una buona notizia anche per il calcio.
Perché quando sei l’unico sport che conta, puoi permetterti di essere mediocre senza perdere immediatamente il pubblico.
Quando invece qualcuno comincia a bussare alla porta, devi tornare a meritarti l’attenzione.
Lorenzo ha finito il suo bicchiere.
«Forse il calcio italiano non dovrebbe preoccuparsi del fatto che gli italiani amino Sinner, la pallavolo o il nuoto.»
«E di cosa dovrebbe preoccuparsi?»
«Del fatto che magari hanno finalmente scoperto di avere alternative.»
È una frase scomoda.
Perché abbiamo sempre raccontato lo sport italiano come se fosse una torta nella quale una fetta data al tennis fosse necessariamente una fetta tolta al calcio.
E invece potrebbe essere il contrario.
Potremmo scoprire che la torta può crescere.
Che più bambini praticano sport, più persone seguono competizioni, più sponsor investono, più impianti vengono costruiti, più famiglie scoprono discipline che prima non conoscevano.
I dati Istat raccontano, del resto, una crescita generale della pratica sportiva: nel 2024 oltre 21,5 milioni di italiani dai tre anni in su praticavano uno o più sport, pari al 37,5% della popolazione, contro il 26,6% del 1995. (Istat)
Forse il vero successo non è quindi che il calcio abbia perso.
È che gli altri hanno finalmente iniziato a vincere abbastanza da farsi vedere.
Lorenzo ha infilato il taccuino nella tasca interna della giacca.
Poi ha guardato il bicchiere vuoto.
«Alla fine», ha detto, «un bambino dovrebbe poter dire: voglio fare il calciatore, il tennista, il nuotatore, il pallavolista, il ciclista, l’atleta… senza che nessuno gli chieda quale di questi sia lo sport più importante.»
«E quale sarebbe, secondo te?»
Lorenzo ha sorriso.
«Quello che ti fa alzare dal divano.»
Poi si è alzato.
E mentre uscivamo ho pensato che forse l’Italia del calcio fuori dai Mondiali da dodici anni non sia soltanto una storia di declino.
Potrebbe essere, almeno in parte, la storia di un Paese che sta finalmente imparando a guardare oltre il pallone.
E forse la cosa più bella è che, per una volta, non c’è bisogno di scegliere un vincitore.
Basta avere più sport da amare.
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