Il botto necessario

Perché, per arrivare davvero lontano, bisogna accettare il rischio di esplodere lungo la traiettoria

Ieri sera ero a cena con Lorenzo, che osservava sul telefono le immagini dell’ultimo razzo di Jeff Bezos esploso con quella solennità quasi teatrale che appartiene soltanto ai grandi fallimenti tecnologici.

C’era qualcosa di paradossalmente elegante in quella deflagrazione: una colonna di fuoco, detriti in caduta, analisti già pronti a commentare, social immediatamente popolati da ironie, sentenze e diagnosi definitive. La rete, si sa, ha questa strana capacità di trasformare in verdetto ciò che in realtà è soltanto un passaggio.

Lorenzo ha guardato il video, ha sorriso e ha detto una frase che, come spesso accade con lui, sembrava parlare di razzi ma in realtà parlava di tutti noi:

«Il problema non è che un razzo esploda. Il problema è che noi pretendiamo di decollare senza botto.»

Ed è difficile dargli torto.

Nel racconto collettivo che facciamo del successo, tendiamo a eliminare tutto ciò che assomiglia a un fallimento. Ci piacciono le traiettorie pulite, lineari, ordinate; amiamo le storie che sembrano procedere senza inciampi, come se ogni risultato importante fosse la naturale conseguenza di una pianificazione perfetta.

La realtà, però, somiglia molto di più a quel razzo in fiamme.

Nell’industria spaziale, il fallimento non è una deviazione imprevista dal percorso. È parte integrante del processo. Aziende come Blue Origin o SpaceX hanno costruito i propri progressi proprio attraverso test falliti, esplosioni, lanci interrotti, errori analizzati fino all’ultimo bullone.

Ogni detonazione è un archivio di informazioni. Ogni esplosione contiene dati, correzioni, apprendimento. Ogni errore, se affrontato con metodo, diventa un pezzo di strada.

Nessuno arriva nello spazio evitando il fallimento. Ci si arriva attraversandolo, accettando che il prezzo dell’ambizione sia, molto spesso, il rischio del crollo.

Secondo Lorenzo, il punto interessante è che questa logica ci sembra perfettamente sensata finché riguarda i razzi. Appena riguarda noi, smette improvvisamente di esserlo.

Se un missile esplode, diciamo con aria competente che «fa parte del processo». Se salta un nostro progetto, se una scelta si rivela sbagliata, se un tentativo non produce il risultato sperato, tendiamo invece a viverlo come una sentenza personale.

È una reazione curiosa.

Abbiamo una comprensione quasi scientifica per i fallimenti delle grandi imprese e una severità sproporzionata verso i nostri.

Scambiamo l’errore per una diagnosi definitiva, come se fallire significasse essere inadatti, quando in realtà spesso significa semplicemente stare tentando qualcosa di abbastanza grande da comportare un margine reale di rischio.

E forse è proprio questo il punto.

Se ciò che stiamo facendo non contempla la possibilità concreta di fallire, probabilmente non ci sta chiedendo abbastanza.

Le cose che contano davvero — costruire qualcosa di nuovo, cambiare strada, esporsi, innovare, provare a raggiungere un obiettivo che ci supera — hanno tutte una caratteristica comune: prevedono la possibilità del fallimento.

Non come incidente eccezionale, ma come passaggio quasi inevitabile.

Bisogna accettarlo, persino metterlo in conto con una certa serenità. Bisogna riconoscere che sbagliare, a volte anche clamorosamente, non rappresenta una smentita del percorso ma una sua fase necessaria.

Bisogna fallire senza paura e, se serve, fallire più volte. Con pazienza, con ostinazione, perfino con una certa ridondanza. Non perché l’errore sia un valore in sé, ma perché spesso è il solo linguaggio attraverso cui l’esperienza ci insegna davvero qualcosa.

Lorenzo, mentre finiva il vino, ha aggiunto:

«Se non sei disposto a esplodere, forse non stai cercando di volare abbastanza in alto.»

È una frase che vale molto oltre la cronaca aerospaziale.

Ricorda che ogni obiettivo autentico pretende una disponibilità al rischio, una forma di esposizione, la capacità di tollerare l’eventualità del fallimento senza farsene definire.

Perché il fallimento, quando viene attraversato con intelligenza e senza vergogna, non è il contrario del successo.

È il suo apprendistato più severo.

E, spesso, anche il più necessario.

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