Una riflessione sul bisogno sempre più diffuso di documentare ciò che viviamo, fino a confondere l’esperienza con la sua registrazione. Lorenzo osserva il rapporto tra smartphone, social e conformismo per ricordarci che guardare davvero qualcosa significa, a volte, avere il coraggio di viverla senza dover dimostrare a nessuno di esserci stati.
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico che continua a sostenere di occuparsi di imprese, tecnologia e comportamento umano. È una definizione sufficientemente vaga da impedirmi, ancora oggi, di capire quale sia il suo mestiere. So soltanto che, negli anni, ha trascorso più tempo a osservare le persone che a cercare di convincerle di qualcosa. Forse è per questo che parla poco e guarda molto.
Mentre ordinava un calice di Château Lanessan 2018, un Bordeaux che considera “onesto perché non cerca di sembrare migliore di quello che è”, gli ho mostrato due fotografie.
La prima ritrae un momento ormai diventato iconico. Un grande campione di basket segna un canestro destinato a entrare nella storia. Sugli spalti, quasi tutti hanno il telefono alzato. Stanno registrando. Soltanto un uomo, seduto in mezzo a centinaia di schermi luminosi, osserva la scena con i propri occhi.
La seconda è molto più antica e infinitamente più inquietante.
Una folla immensa ascolta Hitler. Quasi tutti tendono il braccio nel saluto nazista. Uno soltanto lo tiene abbassato.
Due fotografie lontanissime.
Eppure, guardandole insieme, sembrano raccontare la stessa storia.
Lorenzo è rimasto in silenzio.
Poi ha preso il suo vecchio taccuino di cuoio dalla tasca interna della giacca.
Non lo apre mai con fretta.
Lo sfoglia come se ogni pagina fosse il luogo in cui è tornato, non quello da cui è partito.
“Mi hai fatto venire in mente Bergen”, ha detto.
Non era la prima volta che nominava quella città. Anni fa mi aveva raccontato di averci trascorso qualche settimana per un progetto che non ha mai voluto spiegarmi davvero. Ricordo soltanto una frase.
“Ci sono luoghi in cui la gente fotografa i fiordi. E altri in cui si ferma semplicemente a guardarli. Le due cose sembrano identiche. Non lo sono.”
Ha sorriso.
“All’epoca non lo avevo ancora capito.”
Poi ha richiuso il taccuino senza leggere nulla.
“Forse certe cose bisogna prima viverle.”
Mi è tornata in mente quella fotografia del canestro.
Per anni abbiamo pensato che fotografare un momento servisse a conservarlo.
Oggi, molto più spesso, serve a dimostrare che eravamo presenti.
È una differenza enorme.
Una volta vivevamo un’esperienza e, se valeva la pena, la raccontavamo.
Oggi sembra quasi che l’esperienza esista soltanto se qualcuno può verificarla.
Come se il ricordo non fosse più sufficiente.
Come se la memoria avesse bisogno di una prova.
Lorenzo sostiene che i social non abbiano cambiato soltanto il modo in cui comunichiamo.
Hanno modificato il modo in cui percepiamo la realtà.
“Non viviamo più gli eventi”, mi ha detto.
“Viviamo la loro documentazione.”
È una frase che mi è rimasta addosso.
Perché, se ci penso, capita continuamente.
Il concerto.
Il tramonto.
La laurea.
La nascita di un figlio.
Il primo giorno di vacanza.
Perfino un piatto al ristorante.
Sembra che ogni emozione debba prima attraversare l’obiettivo di una fotocamera e solo dopo possa raggiungere noi.
Come se lo schermo fosse diventato un interprete tra il mondo e la nostra capacità di sentirlo.
Gli ho fatto notare che, in fondo, quelle fotografie servono anche a ricordare.
“Naturalmente.”
Ha annuito.
“Il problema non è il telefono.”
Ha fatto una pausa.
“Il problema è quando il telefono smette di essere uno strumento e diventa il protagonista.”
Poi è tornato sulla seconda fotografia.
Quella dell’uomo che non alza il braccio.
“Vedi”, ha detto, “non c’entrano niente Hitler o il basket.”
“C’entra la pressione del gruppo.”
In entrambe le immagini c’è una maggioranza che fa la stessa cosa.
E una persona sola che sceglie diversamente.
Nella prima, quell’uomo decide di guardare.
Nella seconda, decide di non obbedire.
Le conseguenze sono incomparabili.
Il meccanismo, molto meno.
Perché gli esseri umani hanno un talento straordinario.
Quello di convincersi che, se tutti fanno una cosa, allora debba essere quella giusta.
La tecnologia ha cambiato gli strumenti.
La psicologia è rimasta sorprendentemente identica.
Continuiamo ad avere paura di essere gli unici.
Gli unici a non applaudire.
Gli unici a non riprendere.
Gli unici a non condividere.
Gli unici a dire di no.
Lorenzo sostiene che ogni epoca abbia la propria forma di conformismo.
Una volta era ideologico.
Oggi è digitale.
Nessuno ci obbliga a tirare fuori il telefono.
Ma ci sentiamo strani se non lo facciamo.
Nessuno ci impone di pubblicare.
Ma abbiamo la sensazione che ciò che non viene pubblicato perda consistenza.
È una forma di omologazione molto più elegante.
E proprio per questo più difficile da riconoscere.
Quando stavamo per alzarci, Lorenzo ha preso il bicchiere, lo ha osservato controluce e ha detto una frase che, come spesso accade, sembrava parlare di fotografia ma riguardava qualcos’altro.
“Il rischio più grande non è che un giorno le persone smettano di guardare il mondo.”
Ha lasciato trascorrere qualche secondo.
“È che comincino a credere di averlo guardato solo perché lo hanno registrato.”
Sono uscito dal ristorante con quella frase in testa.
E ho pensato che forse la vera rivoluzione, oggi, non consiste nello spegnere il telefono.
Consiste nell’avere ancora il coraggio, ogni tanto, di vivere un momento senza preoccuparsi di dimostrare agli altri di esserci stati.
Perché alcune esperienze diventano davvero nostre soltanto quando non sentiamo il bisogno di farle vedere a nessuno.
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