Il cugino del giudice

Un sistema davvero meritocratico non dovrebbe impedire alle persone di aiutarsi tra loro, ma garantire che il talento, la competenza e l'impegno contino più del cognome e delle relazioni. Lorenzo riflette, con la consueta ironia, sul nepotismo e su come raccomandazioni, conoscenze e favoritismi possano erodere lentamente la fiducia nel merito, nelle istituzioni e nelle opportunità.

Meritocrazia, parentele e altri sport nazionali

di Francesco Giannelli – CEO e Fondatore Nexus

Collana: Sostiene Lorenzo…

Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico che si occupa — in modo piuttosto difficile da definire — di imprese, sistemi e natura umana.
Ha studiato economia quando la finanza si faceva ancora al telefono, ha attraversato più di una crisi e poi ha deciso che la parte più interessante del lavoro non era il denaro, ma i comportamenti. Oggi osserva il mondo con un misto di curiosità e ironia. E ogni tanto, tra una forchettata e l’altra, lascia cadere una frase che ti costringe a guardare le cose da un’altra angolazione.

In questi giorni in Italia si parla molto di giustizia.
È iniziata la campagna referendaria su alcune riforme che riguardano il funzionamento del sistema giudiziario.

Come sempre accade in questi casi, il dibattito si divide tra chi vede una rivoluzione necessaria e chi teme un terremoto istituzionale.

Lorenzo ha ascoltato distrattamente la radio mentre parlavano di indipendenza della magistratura, separazione delle carriere, riforma delle regole.

Poi ha detto:

“Sai qual è il problema più antico delle istituzioni italiane?”

Ho fatto qualche ipotesi. Burocrazia. Lentezza. Politica.

Lui ha scosso la testa.

“La famiglia.”

Il nepotismo non è un complotto

Il nepotismo, ha spiegato Lorenzo, è una delle poche pratiche sociali che non nascono da cattive intenzioni.

Nasce da qualcosa di molto più semplice:
la fiducia.

Se devi scegliere qualcuno, scegli chi conosci.
Se devi affidarti a qualcuno, scegli chi senti vicino.

È umano.
È logico.
È anche pericoloso.

Perché quando la fiducia personale sostituisce la selezione impersonale, la meritocrazia diventa un’ipotesi teorica.

Il paradosso delle istituzioni

Le istituzioni nascono per essere impersonali.
La legge dovrebbe essere cieca.
Le procedure dovrebbero essere uguali per tutti.

Ma le istituzioni sono fatte da esseri umani.
E gli esseri umani hanno amici, figli, compagni di università, colleghi di vent’anni prima.

Il nepotismo raramente è plateale.
Non è quasi mai una scena da film.

È molto più discreto.

Una segnalazione.
Una raccomandazione gentile.
Un curriculum che finisce nella pila giusta.

Lorenzo ha sorriso:

“Il nepotismo italiano non è un sistema.
È un’abitudine.”

Il rischio invisibile

Il vero problema del nepotismo non è che qualcuno venga favorito.

Il vero problema è quello che succede nella testa di chi resta fuori.

Quando le persone iniziano a pensare che il merito conti meno delle relazioni, succedono tre cose:

  1. I migliori diventano cinici.
  2. I mediocri diventano prudenti.
  3. I sistemi diventano più lenti.

Non perché manchi il talento.
Ma perché manca la fiducia nella selezione del talento.

“Il nepotismo,” ha detto Lorenzo, “non distrugge il merito. Lo scoraggia.”

Il mito della meritocrazia pura

Qui Lorenzo ha fatto una pausa.

“Attenzione,” ha aggiunto.
“La meritocrazia pura non esiste.”

Ogni società mescola merito, opportunità, fortuna e relazioni.

Anche nelle economie più competitive, le reti personali contano.

Il problema nasce quando la proporzione si sbilancia.

Se il sistema premia troppo le relazioni, il merito diventa decorativo.
Se premia solo il merito, diventa disumano.

Il punto è l’equilibrio.

Una domanda scomoda

A quel punto gli ho chiesto se la riforma della giustizia potrà cambiare davvero qualcosa.

Lorenzo ha fatto un mezzo sorriso.

“Le riforme cambiano le regole.
Il nepotismo vive negli spazi tra le regole.”

Non è una legge che elimina una cultura.
È una cultura che decide quanto rispettare una legge.

Ed è qui che il discorso diventa più ampio della giustizia.

Lo sport nazionale

“Se ci pensi,” ha detto Lorenzo, “il nepotismo è uno degli sport nazionali italiani.”

Non sempre per cattiveria.
Spesso per protezione.

Aiutare un figlio, un nipote, un conoscente è visto come un gesto quasi morale.
Rifiutarsi di farlo, a volte, sembra perfino scortese.

Il problema nasce quando il favore privato entra in collisione con l’interesse pubblico.

L’ultima osservazione

Prima di salutarci, Lorenzo ha detto una cosa che mi è rimasta in testa:

“Un sistema davvero meritocratico non è quello dove nessuno ha parenti.
È quello dove il cognome non cambia il risultato.”

La campagna referendaria finirà.
Ci saranno voti, commenti, analisi.

Ma la questione del merito non si risolve nelle urne.

Si risolve nelle scelte quotidiane di chi decide, seleziona, assume, promuove.

E forse la vera domanda non riguarda la giustizia.

Riguarda noi.

Siamo pronti a vivere in un Paese dove il talento pesa più delle relazioni?

 

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