Una riflessione sul talento, sulla fiducia e sul coraggio di investire nei giovani prima che abbiano avuto il tempo di dimostrare fino in fondo ciò che valgono. Partendo dalla vittoria di Kimi Antonelli a Monza, Lorenzo sposta lo sguardo dalla Formula 1 alle aziende e alla società, interrogandosi sulla nostra capacità di riconoscere il potenziale e, soprattutto, di concedergli lo spazio necessario per diventare futuro.
Collana: Sostiene Lorenzo…
Ieri sera ero a cena con Lorenzo, un mio vecchio amico che si occupa — almeno così sostiene lui, e ormai ho imparato a non fare troppe domande — di imprese, persone, tecnologia e soprattutto di decisioni, che considera una materia molto più interessante di quanto normalmente siamo disposti ad ammettere.
Avevamo appena iniziato a mangiare quando Lorenzo mi ha chiesto se avessi visto il Gran Premio d’Italia.
«Antonelli?» ho domandato.
«Antonelli.»
Non c’era molto altro da aggiungere.
A vent’anni, partito diciannovesimo, Kimi Antonelli aveva vinto a Monza davanti al compagno di squadra George Russell, riportando un italiano sul gradino più alto del podio del Gran Premio d’Italia dopo sessant’anni. La Mercedes aveva portato a casa una doppietta e, nel frattempo, il ragazzo sul quale Toto Wolff aveva deciso di puntare quando era ancora poco più di una promessa aveva cominciato a occupare un posto che, fino a poco tempo prima, sembrava appartenere naturalmente a qualcun altro.
Lorenzo ordinò un Etna Rosso del 2021, spiegando al cameriere che voleva «un vino che abbia ancora qualcosa da dire, ma senza il bisogno di raccontarlo subito a tutti».
Poi si voltò verso di me.
«La cosa interessante, però, non è che abbia vinto.»
«E cos’è?»
«Che qualcuno ha deciso di dargli una possibilità prima che fosse evidente che la meritava.»
Rimasi un momento in silenzio.
Perché era vero.
Oggi, dopo una vittoria a Monza, è facile parlare di Antonelli come di un talento, di una promessa mantenuta, di una scelta azzeccata. Ma il valore di una decisione non si misura soltanto quando il risultato la rende facile da difendere; si misura soprattutto nel momento in cui quella decisione viene presa, quando le informazioni sono incomplete e il futuro non ha ancora avuto il buon gusto di presentarci le proprie credenziali.
Mercedes aveva seguito Antonelli fin da giovanissimo, inserendolo nel proprio programma junior quando aveva dodici anni, e nel 2025 gli aveva affidato un posto in Formula 1 al posto di Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo e uno dei piloti più esperti e vincenti della storia della categoria.
Una scelta tutt’altro che banale.
Ma forse proprio per questo interessante.
Perché è facile affidare una responsabilità a qualcuno che ha già dimostrato di saperla gestire. Molto più difficile è affidarla a qualcuno che possiede le caratteristiche per poterlo fare, ma che ancora non ha avuto abbastanza tempo per dimostrarlo.
«È qui che entra in gioco la differenza tra esperienza e visione», disse Lorenzo.
Prese il bicchiere e lo fece ruotare lentamente.
«L’esperienza ti permette di sapere cosa hai già visto. La visione dovrebbe aiutarti a immaginare quello che ancora non hai visto.»
Credo che il problema sia molto più grande della Formula 1.
Abbiamo costruito una società nella quale diciamo continuamente di voler valorizzare i giovani, di credere nelle nuove generazioni, di investire nel futuro, ma poi, quando arriva il momento di scegliere davvero qualcuno a cui affidare una responsabilità, ci sentiamo improvvisamente molto più tranquilli se quel qualcuno ha già fatto esattamente la stessa cosa da qualche altra parte, possibilmente per molti anni e con qualche titolo importante da mettere in curriculum.
È comprensibile, naturalmente.
L’esperienza riduce l’incertezza, e chi prende decisioni spesso viene giudicato non soltanto per ciò che riesce a costruire, ma soprattutto per gli errori che riesce a evitare. Scegliere una persona esperta permette, in qualche modo, di condividere la responsabilità con il passato: se ha già fatto quella cosa, se altri prima di noi si sono fidati di lei, se il suo curriculum è abbastanza lungo, la nostra decisione appare più ragionevole.
Scegliere un giovane, invece, significa assumersi una responsabilità diversa.
Significa dire: non so ancora esattamente quanto sia bravo, ma credo che valga la pena scoprirlo.
Ed è una frase molto più difficile da pronunciare.
Perché contiene una possibilità di errore.
Ma contiene anche una possibilità di futuro.
Lorenzo, a quel punto, tirò fuori dalla tasca interna della giacca il suo solito taccuino di pelle, ormai consumato agli angoli, e lo aprì senza fretta.
«Sai cosa succede con i giovani talenti?»
«Cosa?»
«Che li riconosciamo molto meglio quando hanno smesso di essere talenti e sono diventati risultati.»
Sorrise.
«A quel punto diventano bravissimi.»
Era una battuta, ma soltanto fino a un certo punto.
Perché c’è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui selezioniamo le persone. Siamo disposti a riconoscere il talento quando è ormai diventato evidente, quando ha già prodotto risultati, quando gli altri lo hanno certificato, quando possiamo indicarlo con il dito e dire: “Vedi? Era forte”.
Ma quello non è più veramente il momento in cui riconosciamo il talento.
È il momento in cui riconosciamo il risultato.
Il talento, invece, si trova qualche metro prima.
È ancora incerto, a volte perfino scomposto, può avere bisogno di tempo, di errori, di qualcuno che lo corregga e soprattutto di qualcuno che abbia la pazienza di aspettare che ciò che oggi è soltanto una possibilità diventi domani una competenza.
Ed è qui che entra in gioco un’altra figura, forse ancora più importante di quella di chi seleziona: il mentore.
Perché dare spazio a un giovane non significa abbandonarlo dentro uno spazio vuoto e aspettare che dimostri di meritarselo. Significa accompagnarlo, metterlo alla prova, correggerlo, proteggerlo quando serve e lasciargli abbastanza libertà da permettergli di diventare qualcosa che non sia semplicemente la copia di chi lo ha preceduto.
Nel caso di Antonelli, la storia non riguarda soltanto la decisione di Toto Wolff di scegliere un ragazzo. Riguarda anche un percorso costruito molto prima che arrivasse il giorno della vittoria, quando quel ragazzo era ancora abbastanza giovane da poter essere formato e abbastanza inesperto da poter fallire senza che ogni errore diventasse una sentenza definitiva.
Forse è questo che significa davvero avere un mentore.
Non qualcuno che ti evita gli errori, ma qualcuno che ti concede il diritto di commetterne alcuni mentre stai diventando bravo.
A questo punto Lorenzo ha fatto una cosa che gli capita ogni tanto quando una conversazione prende una direzione diversa da quella prevista: ha smesso di parlare di Formula 1.
«C’è una poesia di Prévert», mi disse.
«Prévert?»
«Le droit chemin.» La retta via.
Mi raccontò che in quella poesia c’è, tra le altre cose, l’immagine degli adulti che indicano ai più giovani la strada da seguire, come se la direzione giusta fosse qualcosa che chi è arrivato prima potesse semplicemente consegnare a chi viene dopo.
Non citò la poesia. La raccontò a modo suo, come fa spesso, lasciando che il significato arrivasse prima delle parole.
«È curioso», disse. «Gli adulti passano gran parte della vita a spiegare ai giovani quale sia la strada giusta e poi si lamentano quando i giovani non diventano capaci di trovare strade nuove.»
Lo guardai.
«E secondo te quale sarebbe il problema?»
«Che confondiamo l’educazione con la riproduzione.»
Quella frase rimase sul tavolo più a lungo del previsto.
Perché forse è proprio questo che accade quando un’organizzazione, un’azienda o una società si affida esclusivamente a ciò che ha già funzionato: non sta necessariamente costruendo il futuro, sta semplicemente cercando di riprodurre il passato con persone leggermente più giovani.
E invece il valore di un giovane talento, spesso, consiste proprio nella sua capacità di guardare una questione senza essere ancora completamente condizionato dal modo in cui è stata affrontata fino a quel momento.
Non è detto che abbia ragione.
Anzi, probabilmente qualche volta avrà torto.
Ma potrebbe vedere qualcosa che noi, proprio perché abbiamo troppa esperienza, non riusciamo più a vedere.
Penso a quante volte accade nelle aziende.
Una posizione importante viene lasciata libera e si cerca qualcuno che abbia già ricoperto quella posizione. Un consiglio di amministrazione deve essere rinnovato e si scelgono persone che abbiano già fatto parte di altri consigli. Un professionista deve assumere una responsabilità nuova e si cerca qualcuno che abbia già dimostrato di saperla gestire.
È una logica comprensibile, ma portata all’estremo diventa una trappola.
Perché se per ogni ruolo chiediamo esperienza pregressa nello stesso ruolo, chi non ha mai avuto quell’occasione non potrà mai accumulare l’esperienza necessaria per ottenerla.
È una specie di porta girevole professionale dalla quale entrano sempre le stesse persone, soltanto con curriculum ogni volta un po’ più lunghi.
E forse dovremmo chiederci se il problema sia davvero la mancanza di talento nelle nuove generazioni oppure la nostra incapacità di concedergli abbastanza spazio per manifestarsi.
Non si tratta, naturalmente, di sostituire l’esperienza con la giovinezza, come se una fosse un errore e l’altra una virtù.
Sarebbe altrettanto miope.
L’esperienza è preziosa perché permette di riconoscere più rapidamente i problemi, di leggere le conseguenze di certe decisioni e di evitare errori già commessi. Ma proprio per questo dovrebbe essere utilizzata come una lente attraverso cui osservare il nuovo, non come un cancello attraverso cui impedirgli di entrare.
Un’organizzazione sana dovrebbe avere abbastanza esperienza per non ripetere continuamente gli stessi errori e abbastanza giovani talenti da rischiare di commetterne di nuovi.
Perché anche i nuovi errori, qualche volta, sono il prezzo del progresso.
«Il problema», continuò Lorenzo, «è che abbiamo sempre meno pazienza».
«In che senso?»
«Vogliamo sapere immediatamente se abbiamo fatto bene a scegliere qualcuno. Dopo tre mesi vogliamo risultati. Dopo sei mesi vogliamo conferme. Dopo un anno vogliamo già poter raccontare che la nostra intuizione era giusta.»
Si fermò, poi aggiunse:
«Ma una persona non è un investimento finanziario da valutare ogni trimestre.»
Era forse la cosa più seria che avesse detto quella sera.
Perché il talento, a differenza di molte altre risorse, non cresce necessariamente in modo lineare. Ha bisogno di tempo, di errori, di contesto, di fiducia e qualche volta persino di una persona che sappia riconoscere un fallimento temporaneo senza trasformarlo immediatamente in un giudizio definitivo.
Il giovane che oggi sembra acerbo potrebbe essere quello che tra cinque anni cambierà un’azienda.
Ma affinché questo accada, qualcuno deve essere disposto a investire quei cinque anni.
E qui ritorna la parola dalla quale eravamo partiti: strategia.
La strategia, in fondo, non è soltanto sapere quale mossa fare domani.
È sapere per quale motivo vale la pena aspettare qualcosa che oggi ancora non esiste.
Quando abbiamo finito il vino, Lorenzo ha richiuso il taccuino e si è alzato.
Prima di andarsene mi ha detto una cosa che, a giudicare dalla sua espressione, probabilmente aveva già scritto da qualche parte molto tempo prima.
«Sai qual è la vera differenza tra scegliere una persona esperta e scegliere un giovane talento?»
«No.»
«Con la prima scelta stai comprando una certezza. Con la seconda stai comprando del tempo.»
Poi ha infilato il taccuino nella tasca della giacca.
«E il tempo, stranamente, è la cosa che le persone hanno meno voglia di investire proprio quando stanno parlando del futuro.»
Forse è questo il punto.
Non abbiamo bisogno di affidare responsabilità ai giovani semplicemente perché sono giovani, né di raccontarci che ogni ragazzo nasconde necessariamente un genio che aspetta soltanto di essere scoperto. Abbiamo però bisogno di costruire luoghi nei quali il talento possa essere riconosciuto prima di diventare evidente, nei quali l’esperienza possa accompagnare il potenziale senza soffocarlo e nei quali chi prende decisioni abbia il coraggio di accettare che alcune delle scelte migliori, proprio nel momento in cui vengono fatte, possano sembrare anche le più rischiose.
Perché un giovane non dovrebbe essere scelto nonostante non abbia ancora dimostrato tutto.
Dovrebbe essere scelto, qualche volta, proprio perché quello che può diventare non è ancora completamente visibile.
Kimi Antonelli, a Monza, ci ha ricordato soltanto questo.
Il resto, forse, riguarda molto più noi che lui.
Riguarda la nostra capacità di riconoscere una possibilità prima che diventi una certezza, di dare fiducia senza pretendere garanzie assolute e, soprattutto, di capire che il talento non cresce soltanto dove esiste.
Cresce dove qualcuno gli lascia spazio.
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